L’ondata di nuovi sciami, fino a 20 volte più vasta della precedente, ha già divorato 200mila ettari di terreni coltivati in Etiopia. Il ciclo riproduttivo, avvertono gli esperti, potrebbe protrarsi per anni. A rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone

Da giorni sui giornali dei paesi dell’Africa orientale l’allarme per il diffondersi del coronavirus si accompagna a quello per una nuova invasione di locuste del deserto. Nuovi sciami cominciano a muoversi, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone.

Le abbondanti piogge cadute nel mese di marzo e nella prima metà di aprile hanno favorito lo schiudersi delle uova deposte nell’area durante la prima invasione, tra la fine dello scorso anno e all’inizio del 2020.

Ora gli insetti stanno velocemente raggiungendo la maturazione grazie all’abbondanza di vegetazione e cominciano a raggrupparsi. I primi sciami, molto più grandi dei precedenti, hanno già distrutto più di 200mila ettari di terreno agricolo in Etiopia, soprattutto nell’Oromia e nella regione somala.

Gli esperti stimano che uno sciame che copre la superficie di un chilometro quadrato, mangi giornalmente quanto 35mila persone; alcuni degli sciami avvistati in questi giorni sono vasti come la città di Mosca, cioè più di 2.500 chilometri quadrati.

Sono state attaccate anche piantagioni di tè e caffè, prodotti che costituiscono il 30% delle esportazioni del paese, causando un grave danno anche alla bilancia dei pagamenti del paese. In un rapporto della Fao, diffuso dopo una rilevazione della situazione nella zona colpita, si dice che milioni di persone necessitano ora urgentemente di aiuti alimentari. Si calcola che siano addirittura il 75% della popolazione delle due regioni più devastate.


Il documento prosegue affermando che la situazione è destinata a peggiorare, dal momento che l’intera regione brulica dei voraci insetti. La nuova ondata potrebbe essere anche 20 volte più numerosa della precedente, che già era stata la più devastante nell’area da diversi decenni. Miliardi di cavallette sono già al lavoro in tutti i paesi della regione. Oltre che in Etiopia, sono state avvistate  in Somalia, Kenya, Gibuti, Eritrea, Tanzania, Sudan, Sud Sudan e Uganda.

In Kenya, dove le contee più colpite sono quelle semiaride del nord – Samburu, Marsabit, Isiolo, Baringo, Laikipia, Mandera, Garissa e Wajir – secondo stime della Fao sono finora stati distrutti 70mila ettari di vegetazione, prodotti alimentari e pascoli per le mandrie della popolazione, ancora in gran parte dedita alla pastorizia.

Gli esperti, all’opera per il contenimento della diffusione degli insetti, lanciano un ulteriore allarme: si notano infatti cambiamenti nel loro comportamento, probabilmente dovuti alla necessità di adattarsi all’ambiente, al clima e ai metodi di contenimento finora usati.

Daniel Lesaigor, capo del programma di lotta alle locuste nella contea di Samburu, afferma che «I gruppi incaricati di irrorare (gli insetti con pesticidi) dagli aerei stanno incontrando difficoltà ad individuarli… abbiamo constatato che spesso si nascondono sotto steli e foglie».

E dunque è più difficile la lotta, sia chimica che biologica, con mezzi aerei, ma anche con le fumigazioni da terra. Il funzionario aggiunge che le locuste si nascondono sotto la vegetazione, probabilmente a causa del sole e del caldo che caratterizza il clima della regione in queste settimane.

Il contenimento dell’invasione è reso più difficile anche dalle misure imposte dai governi della regione per contrastare la diffusione del Covid-19. A causa delle restrizioni nei movimenti, della chiusura dei confini e del parziale lockdown, è più difficile raccogliere le informazioni necessarie per impostare azioni di contrasto efficaci, importare e distribuire insetticidi, formare personale che possa lavorare sul terreno in modo coordinato.

Intanto, si prepara già una terza ondata. Le uova deposte in questo periodo verranno a maturazione in giugno, in piena stagione del raccolto. L’abbondanza di vegetazione favorirà la crescita degli insetti e il loro radunarsi in nuovi sciami che si diffonderanno alla velocità di 150 chilometri l’ora. In un ciclo deleterio per la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. Un ciclo che, secondo le previsioni degli esperti, potrebbe durare addirittura alcuni anni.

(da Nigrizia.it – 15 aprile 2020)