Il presidente del Sudan Omar El-Bashir ha fatto da mediatore. Ma gli accordi di pace, firmati lo scorso giugno, tra governo sudsudanese e opposizione rispecchiano gli interessi economici delle élite più che il bene della popolazione. Che vive in condizioni deplorevoli.

 

In Sud Sudan nell’ultimo periodo, abbiamo visto considerevoli passi in avanti nei negoziati tra governo e gruppi di opposizione. Il 27 giugno scorso a Khartoum il presidente Salva Kiir e il capo dell’opposizione Riek Machar avevano firmato una dichiarazione per porre fine alle ostilità con l’intenzione di cercare un percorso comune come proposto anche dall’accordo di pace del 2015. Il 5 agosto c’è stato un altro passo avanti quando i due leader hanno firmato un patto sul nuovo governo e la divisione del potere che prevede, oltre al presidente, la presenza di 5 vice-presidenti, 35 ministri e 550 parlamentari. Lo stesso presidente si è subito chiesto come potrà mai governare il paese con un’organizzazione del genere.

Sono certamente numeri piuttosto grandi per un paese come il Sud Sudan; numeri che sembrano voler accontentare chi era stato lasciato fuori più che riorganizzare il governo del paese. Tutto questo è stato firmato alla presenza del presidente sudanese, Omar El-Bashir. Nella capitale Juba qualcuno ha festeggiato, ma ci sono state anche reazioni critiche. I sudsudanesi si sentono beffati da chi è al potere. Non credono che siano state toccate le cause del conflitto. Si teme che l’ascia di guerra sia stata al momento sotterrata per essere ripresa alle prime divergenze.

I sudsudanesi sono anche infastiditi dal fatto che il garante di questo accordo sia proprio Omar El-Bashir, avversario storico contro cui la popolazione del Sud Sudan ha combattuto per avere l’indipendenza. Dopo essere stato chiamato in giudizio per crimini di guerra in Darfur, ora si presenta come il garante della pace in Sud Sudan. Dopo interminabili discussioni ad Addis Abeba senza arrivare a una soluzione, Omar El-Bashir è riuscito in quattro e quattr’otto a persuadere le parti perché firmassero l’accordo. Sembra che sia proprio lui il vero vincitore.

Accordo obbligato

L’impressione di tutti è che governo e opposizione si siano trovati nell’impossibilità di rifiutare questo accordo pur essendo stato preconfezionato da altri. Le ragioni sono molteplici. L’opposizione è stremata: firmare l’accordo ha significato per Riek Machar la fine degli arresti domiciliari in Sudafrica e la possibilità di tornare sulla scena politica. Poco importa cosa si sia firmato. Allo stesso tempo, il governo, preso per il collo da una crisi economica senza precendenti, è nella più totale confusione e non sa da che fare per placare il malcontento della popolazione.

A rinforzare questa tesi sta il fatto che i protocolli firmati sono molto generici. Si limitano a individuare alcune linee guida ma non determinano le modalità specifiche di questa transizione. Si tratta di capire quale sia il ruolo del presidente e di ciascuno dei suoi cinque vice-presidenti, del governo stesso e del percorso verso fantomatiche elezioni.

Ma non sta qui la preoccupazione principale di chi ha formulato l’accordo. La priorità sembra ruotare intorno all’estrazione del petrolio. Con l’accordo infatti, Omar El-Bashir ha annunciato che i primi di settembre ricomincerà lo sfruttamento del petrolio. Il governo del Sudan di fatto controllerà l’estrazione del petrolio nei pozzi dell’Alto Nilo (Sud Sudan) e garantirà delle buone entrate nelle casse del Sud Sudan, come pure in quelle del Sudan, per l’utilizzo dell’oleodotto che attraversa il territorio sudanese. Per questo la gente dice che questa sia più una «tregua per arricchirsi più che una pace voluta per il bene della popolazione che continuerà a patire i soliti problemi irrisolti»”

Scenari

Ora si tratta di decidere il budget del nuovo governo. Corre voce che il presidente Salva Kiir abbia dato ordine di assegnare 40mila dollari per ogni parlamentare perché possa comperarsi una Toyota land cruiser. Elargizione di denaro pubblico che contrasta, ad esempio, con quanto lo stato spende per la sanità. Nella provincia della capitale Juba, lo stato destina per la salute solo 2 sterline sudsudanesi all’anno per abitante. Considerato che un dollaro si cambia al valore di 200 sterline, è chiaro che non ci sono fondi per la sanità. La condizione della scuola è pressoché la stessa.

Dunque il paese ha di fronte tre problemi principali

  1. Nuovo esercito e disarmo milizie. Occorre formare un esercito nazionale che non sia più composto da gruppi che rispondono a un capo alla stregua delle milizie personali su basi etniche. Allo stesso tempo c’è bisogno di un processo capillare di disarmo; cosa che può essere fatta solo da una forza neutra come i caschi blu dell’Onu.
  2. Superare emergenza rifugiati. Il livello di distruzione e impoverimento esige che quanto prima si risolva l’emergenza dei rifugiati e degli sfollati che hanno perso le loro proprietà, non vivono nel proprio territorio e sono estremamente vulnerabili. Non si parla di una minoranza, ma di almeno un terzo della popolazione che vive nella frustrazione più totale.
  3. Questione federalista. Nell’ultimo accordo è stata espressa l’intenzione di chiedere alla popolazione di pronunciarsi tramite referendum sul numero delle regioni. Le possibilità sono le più diverse: 3 regioni come nel lontano passato; 10 regioni come nel 2011 al tempo dell’indipendenza; 21 come proposto dall’opposizione o 32 come stabilito ultimamente dal governo. Il pericolo più grande è che la questione riaccenda il tema dei confini tribali e dei territori di ogni tribù, tribal boundaries. Un inasprimento dei rapporti tra tribù e tribù, porterebbe a un ineluttabile sfaldamento dell’intero paese.

Sorprende constatare come gli Stati Uniti e i paesi europei si siano defilati già da tempo, incapaci di comprendere i processi di questo paese. Gli altri paesi dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, comprende Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Uganda) invece non sembrano mirare al bene del Sud Sudan.

(da Nigrizia – 27 agosto 2018- C.C.)