03 marzo 2015

Nel 2013 a Rio de Janeiro, in occasione della Giornata mondiale della gioventù, Papa Francesco parlando ai vescovi brasiliani disse che «L’Amazzonia è un banco di prova per la Chiesa e per la società» e fece «un forte richiamo al rispetto e alla custodia dell’intera creazione che Dio ha affidato all’uomo non perché lo sfrutti selvaggiamente, ma perché lo renda un giardino». La Chiesa latino-americana — già da diversi anni impegnata per rispondere alle sfide regionali che presenta il contesto amazzonico — ha raccolto questo invito e lo scorso settembre ha dato vita al progetto della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam). La Rete ha in programma a Roma, il 2 e il 3 marzo, un incontro di coordinamento e, nell’occasione, è stata presentata in una conferenza tenutasi nella mattina di lunedì 2 marzo nella Sala Stampa della Santa Sede. L’incontro è stato guidato dal vicedirettore padre Ciro Benedettini.

L’appuntamento è stato voluto a Roma — ha spiegato il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace che patrocina il progetto — a testimonianza dell’impatto transnazionale della problematica e del coinvolgimento di tutta la Chiesa che vuole dare la più ampia visibilità a questo modello operativo, un modello che potrà diventare utile in diversi e fondamentali ambiti quali la giustizia, la legalità, la promozione e la tutela dei diritti umani, lo sviluppo inclusivo ed equo, l’uso responsabile e solidale delle risorse naturali.

Ma cosa è il Repam? Lo ha spiegato in un intervento audio il cardinale Cláudio Hummes, presidente della Commissione per l’Amazzonia della Conferenza episcopale del Brasile: «Nei nove Paesi latino-americani che includono il territorio amazzonico, la Rete vuole unire gli sforzi della Chiesa in favore della custodia responsabile e sostenibile di tutta la regione, al fine di promuovere il bene integrale, i diritti umani, l’evangelizzazione, lo sviluppo culturale, sociale ed economico del suo popolo, specialmente delle popolazioni indigene». La Chiesa in Amazzonia, ha detto il porporato, «vuole “fare rete”, per congiungere gli sforzi, per incoraggiarsi reciprocamente e avere una voce profetica più significativa a livello internazionale».