Il rapporto assistenziale non può essere ridotto alla semplice interazione fra un sano e un malato, fra un tecnico che sa e un paziente bisognoso di aiuto, ma tra persone che si incontrano nel cammino della vita.

Nel suo messaggio per la giornata mondiale del malato, Papa Francesco legge il versetto di Giobbe che costituisce il tema prescelto — «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (29, 15) — nella prospettiva della «sapienza del cuore» e offre delle linee-guida, per quanti, operatori professionali e pastorali, sono impegnati nell’assistenza al malato e al sofferente.

La relazione tra il medico e la persona bisognosa di cura viene definita, nella Carta degli operatori sanitari, «un incontro tra una fiducia e una coscienza»; il rapporto assistenziale è quindi molto più complesso di quanto possa apparire. Nell’assistere, l’abilità e le capacità professionali sono naturalmente il primo requisito, ma non è sufficiente un freddo impersonale atteggiamento scientifico per aiutare un’altra persona tormentata dalla malattia, dalla sofferenza e dall’angoscia che ne possono conseguire. Non si tratta del mero adempimento di un compito ma, soprattutto per l’operatore sanitario, dello svolgimento di un servizio, cioè di un ministero che la tradizione cristiana chiama anche diaconìa. Non è inoltre sufficiente un atteggiamento unicamente scientifico per tentare di comprendere la complessità del mondo interiore di ogni persona, che va oltre gli aspetti biofisici. Curare la persona significa in realtà tenerne presente sì le dimensioni fisiche, ma anche quelle psicologiche e spirituali.

Ecco che il Papa sostituisce, nella prospettiva della sapienza del cuore, i termini persona, paziente, malato con la parola fratello. La pratica medica e l’atto terapeutico possono così diventare una nostra testimonianza dell’amore di Dio nel cercare di lenire quella sofferenza che «sembra essere quasi inseparabile dall’esistenza terrena dell’uomo» (Salvifici doloris, 3).