Da tredici mesi il Nord-Kiu e Ituri, due province della Repubblica Democratica del Congo sono flagellate dal virus ebola. Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico nazionale emesso il 30 agosto 2019, dall’insorgere della decima epidemia (1°agosto 2018), oltre 3000 persone hanno contratto la malattia, tra loro 2024 pazienti sono deceduti, mentre poco più di 900 sono guariti. Finora sono state vaccinate più di 200.000 persone.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è arrivato sabato scorso a Goma, capoluogo del Nord-Kivu e ieri si è recato anche a Beni, sempre nella stessa provincia, dove ha visitato un centro per la cura di ebola.

Alla fine della sua visita il capo del Palazzo di Vetro ha espresso piena solidarietà alla popolazione e si augura vivamente che vengano messe in campo maggiori sforzi per arginare il temibile virus. “Bisogna fare di più, molto di più e MINUSCO (la Missione ONU in RDC) e le forze armate congolesi devono cooperare il più possibile per contenere la minaccia dei gruppi gruppi armati, in particolare Allied Democratic Forces. E’ importante che la popolazione di Beni sappia che abbiamo ascoltato il loro grido di disperazione”, ha sottolineato Guterres.

La risposta all’epidemia passa anche attraverso la lotta contro i gruppi armati attivi nella regione, tra loro i miliziani di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, responsabili di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di feroci attacchi alla popolazione civile. La situazione geopolitica in quest’area del Paese è assai complessa e ciò rende particolarmente difficile il lavoro degli operatori sanitari per contrastare la diffusione del virus. I continui attacchi armati di terroristi e ribelli, il difficile accesso ad alcune aree impediscono spesso l’organizzazione di un cordone sanitario, indispensabile per l’insorgere di nuovi focolai del virus.

Ma alle violenze si aggiungono l’ostruzionismo e la diffidenza di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

La febbre emorragica è altamente contagiosa e la mortalità è molto elevata (dal 25 al 90 per cento, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Finora non esiste una terapia, anche se diversi medicinali sono già in fase di sperimentazione. Recentemente il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) degli Stati Uniti ha fatto sapere che quattro farmaci hanno dato nuove speranze. Sono stati testati su pazienti contagiati dalla malattia in Congo-K e due terapie avrebbero dato risultati più che soddisfacenti.

Già poche settimane dopo l’insorgere della decima epidemia di ebola, il comitato etico della ex colonia belga aveva autorizzato  l’utilizzo di quattro farmaci biotecnologici, molecole terapeutiche sperimentali supplementari, vale a dire ZMapp, Remdesivir, Favipiravir e Regn3450 – 3471 – 3479.

L’attuale epidemia è la peggiore in termini di morti e durata della stessa nella ex colonia belga e a livello mondiale si posiziona al secondo posto, dopo la pandemia della febbre emorragica del 2014 -2016 che aveva colpito l’Africa occidentale, uccidendo oltre 11.000 persone.

Il 17 luglio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’attuale propagazione della malattia  come “Emergenza di salute pubblica di interesse internazionale” (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern). E’ la quinta volta che l’OMS emette un’emergenza di tale gravità. Le precedenti quattro PHEIC erano realitive all’influenza suina del 2009, alla polio nel 2014, all’epidemia di ebola in Africa occidentale nel 2014 e a quella da Zika virus nel 2016.

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes

2 settembre 2019