L’epidemia di ebola è stata identificata ufficialmente un mese fa, nell’est dell’Rd Congo. Finora si registrano 80 morti sui 120 casi accertati. Ma si segnalano anche casi di persone guarite e le autorità stanno attuando un programma di vaccinazione e di sensibilizzazione della popolazione.

Un mese fa, il 1° agosto, il ministero congolese della salute dichiarava ufficialmente lo scoppio di una nuova epidemia di ebola nel Nord Kivu, a est del paese, la decima nella Repubblica democratica del Congo. In totale, 120 casi di febbre emorragica sono stati segnalati nella regione e nel vicino Ituri, di cui 90 accertati e 30 probabili. I decessi fino a oggi sono 80. Ma cresce anche il numero dei guariti. La scorsa settimana il numero di nuovi casi è diminuito. Per l’Organizzazione mondiale della sanità, la situazione non è ancora “stabilizzata”, ma migliora.

L’ebola era sconosciuto fino ad oggi nell’est del paese. Il che suscita domande sulla sua diffusione nonostante la campagna di sensibilizzazione. I guariti dall’ebola e le famiglie si danno da fare per sradicare il contagio. Ma si sentono ancora troppo spesso marginalizzati: la gente si tiene lontana dalle case e dai luoghi dove la malattia si è manifestata.

Segno incoraggiante è la stabilizzazione della situazione a Mangina, l’epicentro dell’epidemia, dove da alcuni giorni non si registrano nuovi casi. Gli sforzi fatti per bloccare la catena di trasmissione – attraverso la sensibilizzazione della popolazione e la vaccinazione – cominciano a portare frutto.

C’è però una parte della popolazione che tende a tenersi alla larga dai centri di cura dell’ebola. Le più colpite dal contagio sono le donne, più del 60% dei casi. Il motivo? Sono loro a venire maggiormente in contatto diretto con il corpo del defunto, come spiega Henriette Okito, dell’unità di protezione delle donne della ong Oxfam. Se una persona muore, il suo corpo va riportato a casa, lavato e preparato per le esequie; e sono le donne a venire più a contatto con il corpo.

A preoccupare maggiormente è la città di Beni. Nel quartiere Ndidi, in particolare, ogni giorno vengono confermati nuovi casi. Con malati che si presentano al centro di trattamento ebola solo quando sono in gravi condizioni. Il che è foriero di nuovi casi di contagio. Il ministero promette di rafforzare il controllo della zona e l’invio di assistenti sociali per educare la popolazione. Problematica si fa anche la riapertura delle scuole nelle zone colpite da ebola.

Il 28 agosto scorso, in visita a Mangina, epicentro dell’epidemia, per manifestare la propria vicinanza alla popolazione colpita, il vescovo della diocesi di Beni-Butembo, mons. Melchisédech Sikuli Paluku, ha denunciato quei pastori evangelici che invece di aiutare la gente, la «intossicano con falsità». «Nascondere i malati fa più male che bene ? ha detto ? perché è un comportamento che fa crescere i rischi di contagio».