Lo stato di emergenza nazionale che ha cambiato il nostro stile di vita, le nostre modalità di relazione sociale e le nostre procedure di lavoro, non ha cambiato la tensione e l’indirizzo dei nostri sentimenti che sono ancora, e sempre più, orientati a quei luoghi dove i volontari espatriati dell’U.M.M.I. operano e dove le attività dei nostri progetti continuano ad alleviare le sofferenze e portare beneficio a popolazioni bisognose.

Attualmente l’emergenza Coronavirus è maggiore qui in Italia rispetto ad altri Paesi, anche se negli Stati dell’America Latina e soprattutto dell’Africa la situazione e le previsioni non sono per nulla ottimistiche.

Dopo le settimane trascorse a pronunciare a bassa voce i timori sul pericolo di una diffusione del virus in Africa, l’OMS lancia il primo grido di allarme: “un evoluzione drammatica”, la situazione nel continente rischia di precipitare. Una quarantina di Paesi sono già stati colpiti e i contagi aumentano velocemente.

E’ vero che attualmente i numeri sono ancora contenuti ma purtroppo i contagi aumentano con rapidità e la tendenza è allarmante. Ciò che preoccupa in Africa sono soprattutto la debolezza dei sistemi sanitari e la loro difficoltà a diagnosticare il virus, la mancanza di terapie, la complessità per l’allestimento di posti in terapia intensiva e soprattutto l’incapacità a rispondere alle domande di ossigeno che potranno sorgere in caso di aumento del contagio. Abbiamo visto tutti la fatica del sistema sanitario italiano ad affrontare questa epidemia, proviamo ad immaginare ciò che potrebbe accadere in un continente dove la sanità è fragile e scarsi gli operatori sanitari, dove solo pochi ospedali sono equipaggiati con respiratori spesso collegati con le sale chirurgiche e quindi non disponibili.

Gli Stati africani stanno adottando le stesse misure delle nazioni che hanno sperimentato i primi contagi. Le autorità chiudono le frontiere e i voli internazionali, esortano a interrompere tutte le attività, a chiudere le istituzioni, le scuole e i luoghi di culto. L’isolamento sembra la misura più efficace per prevenire l’aumento dei contagi e comunque l’unica opzione possibile. È comunque una pratica difficile da attuare in luoghi dove le case o capanne sono stanze uniche che ospitano famiglie numerose, e dove la vita si svolge principalmente all’aperto. Dove la grande maggioranza della popolazione non ha la possibilità di conservare molto cibo in casa, ma lavora giornalmente per il cibo quotidiano che viene comperato in mercati aperti presenti lungo la strada o nelle piazze. Non ha l’acqua corrente e deve provvederla quotidianamente andando ai punti designati. Isolamento sarebbe per molti sinonimo di fame e sete. L’arrivo del coronavirus in Africa tenderà ad esacerbare le piaghe di sempre.

Altrettanto farà nei Paesi del Sud America dove, come in Africa, attualmente il contagio non è esteso, ma nel caso si sviluppasse ulteriormente potrebbe inasprire le disparità nella popolazione arrivando ad essere la miccia di una bomba sociale.

Proprio in Brasile e in Angola sono attualmente presenti volontari espatriati dell’UMMI. In altri Paesi dell’Africa (Rwanda, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Sud Sudan, Kenya…) l’UMMI ha collaborato e sta tutt’ora lavorando con decine di controparti locali che si prodigano in ambito sanitario, sociale, agricolo ed educativo. Negli ospedali e nei centri sanitari dove l’U.M.M.I. opera, la risposta che si può dare all’avanzare del virus è quella della limitazione del contagio: in primis attraverso la protezione degli operatori, sia espatriati che locali, con guanti, mascherine e camici monouso. In secondo luogo attraverso l’isolamento dei casi sospetti a protezione degli altri pazienti.

Le notizie che ci giungono dall’ospedale “Divina Providnecia” di Luanda – Angola, ci informano che per proteggere i collaboratori si sta facendo uno sforzo enorme al fine di garantire il materiale di sicurezza. Inoltre si stanno imponendo le distanze di sicurezza tra le persone, il lavaggio delle mani obbligatorio all’entrata e l’uso della maschera all’interno dell’ospedale. Lo stato di emergenza sanitario a livello nazionale prevede la sospensione o la riduzione al minimo di tutti i servizi sanitari mantenendo appena il funzionamento in modalità di urgenza di tutte le strutture sanitarie.

Lo sforzo economico per l’acquisto di materiale occorrente ad affrontare questa emergenza è grande e le richieste di aiuto che pervengono all’UMMI, lo dimostrano in tutta la loro drammaticità.

Sappiamo bene che in questo momento tutti i Paesi hanno bisogno di aiuto. E sappiamo bene che se l’epidemia esploderà in Africa e nelle Nazioni del mondo meno equipaggiate e pronte, ci sarà bisogno di un notevole sforzo da parte di tutti, come ha affermato anche il direttore esecutivo del programma di emergenza sanitaria dell’OMS, Michael Ryan: “Tutti i Paesi hanno bisogno di aiuto. Ma il nord del mondo deve muoversi per aiutare il sud del mondo. Nessuno è salvo finché tutti sono salvi”

Eppure non basteranno solamente i principi di solidarismo politico o di solidarietà sociale a farci vincere questa nuova sfida globale. Occorrerà lasciare spazio a qualcosa che, proprio a causa di questo virus, sta scaturendo in ognuno di noi: quel sentimento di fraternità e di sim-patia, intesa come compassione, verso gli altri, verso tutti gli uomini. Uomini che, come ricordato anche da Papa Francesco, davanti al sagrato “vuoto” di piazza San Pietro, sono tutti sulla stessa barca.

La fratellanza si sta miracolosamente impossessando dei cuori degli umani. Non fermiamola.

Chi desidera partecipare all’acquisto di dispositivi di protezione individuale richiesti negli ospedali e progetti dell’UMMI, può contribuire con una donazione sul seguente conto corrente:

Beneficiario: U.M.M.I. – Unione Medico Missionaria Italiana

IBAN: IT 56 F 05034 59600 000000009893

Banco BPM S.p.a. – Agenzia di Negrar (VR)

Causale: “Emergenza coronavirus”